Intervista a Corrado Passi: “Cape Town” è il suo libro guida

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Oltre 500 copie vendute in pochi mesi. Un dato più che rassicurante considerato che il suo esordio editoriale viene annoverato nell’editoria turistica. Appassionato oltremodo di scrittura, l’autore veronese riesce finalmente ad esprimersi ispirato da quelle che da anni, ormai, sono le sue scelte di vita: Città del Capo e il Sudafrica. Ma non finisce qui. Anzi questo è solo l’inizio. Atteso per fine anno il suo primo romanzo breve

Quando incontri Corrado Passi per la prima volta non puoi fare a meno di accorgerti che qualcosa di particolare, di apparentemente strano, brilla nei suoi occhi. Di primo acchito resti ammaliato dalla sua sicurezza e determinazione. Chi non sa niente di lui, o poco, lo classificherebbe come “uncategorized” perché non si capisce da dove scaturisca tutta la sua forza, la sua veemenza intellettuale. Loquace ed energico, ti dà la netta impressione di essere spesso irruente. Ma si parla di un’irruenza solo ed esclusivamente emozionale: legata alla sua Cape Town e al resto del paese.

Classe 1963, incontra il Sudafrica molti anni fa e se ne innamora perdutamente, come sedotto da una dea a cui non si può resistere. Un Ulisse che non sa dire di no all’eccitante richiamo delle sirene. A quarant’anni la sua vita perciò subisce una forte scossa: abbandona la professione medica (cosa non certo da poco) e fonda a Johannesburg una società che organizza viaggi ed itinerari specializzati in Africa Australe. Si stabilisce con la famiglia a Cape Town. Diventa guida Culturale professionistica  qualificata per il Sudafrica organizzando itinerari classici e specializzati con particolare dedizione ad aree geografiche lontane dai percorsi turistici tradizionali.

Per lui si realizza un sogno. Ma i sogni, si sa, fanno parte delle favole. Anni di duro lavoro lo mettono alla prova, ma lui, forte di questo amore infinito, riesce a starci dentro.

Solo chi ha avuto la fortuna di trascorrere qualche giorno con lui in giro per il paese può capire realmente cosa animi nel profondo il personaggio Corrado. Sensazioni ed emozioni ti spianano la strada ad una chiara comprensione del territorio e dei suoi abitanti. Chi si trova al suo fianco ha perciò una visione completa dell’intero ambiente.

E così è il suo libro. Da Table Mountain alle bellezze dell’intera città, dalle Cape Winelands, entroterra orientale della Greater Cape Town e zona prettamente vinicola, alle Durbanville hills dove incontri numerose fattorie e distese di campi coltivati. E poi: la fioritura, le balene, i pinguini, le foche, i delfini, i parchi naturali, senza dimenticare le shiptown (sobborghi) dove il degrado ha comunque il suo significato storico e preciso. Corrado ti accompagna per mano in una realtà che ha soprattutto riscontri umani attraverso i racconti di chi si trova sul suo cammino. Quanto narrato in Route 62 Scacchi ne sono l’esempio.

Ne salta fuori perciò un libro che è più di una semplice e dettagliata guida. Condito spesso da numerose citazioni letterarie, si può parlare proprio di un lavoro scritto “On the road”.

 

Corrado, la domanda è d’obbligo: cosa l’ha spinta a scrivere questo libro?

«Nonostante questo sia il mio primo lavoro pubblicato, io ho iniziato a scrivere molti anni fa, ma solo dopo il mio trasferimento in Sudafrica ho avuto il tempo e, forse, la dimensione mentale idonea per dedicarmi quotidianamente alla scrittura. ho quindi deciso che il mio primo lavoro da presentare ad un editore dovesse essere dedicato, quale tributo doveroso, alla terra che mi aveva accolto ed alla sua gente. Credo che questo sia stato il motivo più profondo che mi abbia spinto a fare questa scelta. Il luogo, del resto, è tremendamente stimolante, ed è stato una grande fonte di ispirazione sia per i paesaggi sia per la carica umana della sua popolazione».

In realtà non si tratta di una vera e propria guida turistica. C’è di più, vero?

«Il libro è strutturato in duplice maniera. Da un lato, fedele a quella che è la filosofia Polaris che rende, a mio parere, queste guide uniche nel panorama italiano, e non solo. Gli aspetti informativi e storici, geografici ed istituzionali del Sudafrica e di questa città si accompagnano alla descrizione di itinerari molto personalizzati, proposti come esperienze personali ed intrisi di quel correlato emotivo che trasforma un viaggio, o nel mio caso la mia vita a Cape Town, in un percorso punteggiato di dettagli, momenti e attimi di vita quotidiana; dall’altro, proprio per fermare questi attimi talvolta impossibili da cogliere per il viaggiatore che rimanga in città solo pochi giorni, ho voluto creare alcuni volti di persone che rappresentino questa terra e ne simboleggino l’estrema varietà di caratteri umani. Dietro ciascuna delle persone descritte c’è un piccolo angolo di questo luogo, un frammento di Storia».

Cosa si nasconde di magico dietro questa città?

«Cape Town è un luogo in cui le immagini fisiche, atmosferiche, ed il loro correlato visivo più forte come il cielo, il vento, l’acqua dell’oceano e il verde intenso della sua vegetazione, appaiono indissolubilmente abbracciati alla metropoli. Convivono in ogni angolo con le case, le strade, le persone e con tutta la gente in un binomio di Storia e natura che appare in costante e affascinante movimento. Il Sudafrica è una nazione nella quale convivono una realtà molto giovane e dinamica ed i millenni geologici con la sua Storia antichissima. Qui è apparso il primo uomo e la natura onnipresente. Questa convivenza, unita ad un paesaggio quasi cinematografico, è uno sfondo in continuo mutamento che conferisce alla città magia e fascino irresistibili».

Lei, Cape Town e il South Africa. È stato un autentico colpo di fulmine o il frutto di un amore ponderato?

«Nel mio caso, l’incontro con il Sudafrica, è stato un colpo di fulmine. Non ho alcun dubbio. Questa è una terra che non lascia indifferenti. Ti cattura con una forza che definirei fisica, sentimentale e umana. È un luogo nel quale si corre il rischio di sentirsi molto appagati. Approdatovi per la prima volta molti anni fa, ho deciso, con la mia compagna, che sarebbe stato il luogo in cui avremmo continuato a vivere. Non c’è alcun rimpianto per questa scelta».

Paesaggi mozzafiato, albe e tramonti da favola. Mare infinito. È riuscito anche nel libro a trasferire certi stati d’animo?

«Mi auguro di esserci riuscito, ma questo lo potranno confermare solo i lettori. Ho cercato di descrivere paesaggi, fisici ed umani, che stimolassero il lettore ad andare oltre il paesaggio stesso, provando a coinvolgerli emotivamente intrecciando i luoghi e le storie delle persone. La Storia, quella che noi ogni giorno troviamo disegnata lungo una strada, o sui pendii di una montagna, è un insieme di storie minori, di frammenti di volti e di sogni, di desideri ed immaginazioni che gli esseri umani vivono costantemente. L’unione del paesaggio con le storie personali è ciò che contraddistingue una terra, che ne crea la sua Storia».

Si sente spesso dire, ma sovente sono chiacchiere da bar, “mollo tutto e me ne vado”. Lei lo ha fatto. Come si fanno certe scelte?

«Non mi sono mai sentito né una persona coraggiosa né un outsider. Ritengo che possa capitare a molte persone di rivedere la propria vita, e di accorgersi che, per infiniti motivi, è arrivato il momento di cambiarla. Per poter realizzare tutto questo ritengo sia fondamentale riuscire ad immaginare una strada diversa e provare a cercarla raffigurandosi in un ambiente nuovo e, ma non necessariamente, in una collocazione geografica diversa. Credo, in ogni caso, che si possa cambiare vita anche restando nella propria città in quanto si tratta di una scelta, di una atto consapevole che non richiede a priori un trasferimento di luogo, ma solo un salto di qualità che si può concretizzare in un lavoro diverso, nella creazione di un progetto, nell’impegno in un contesto fino a quel momento non considerato. Nel mio caso, lo ammetto, sono stato fortunato. In occasione di un congresso medico, questa splendida terra mi è venuta incontro ed è accaduto il contrario: lei è venuta a cercare me. A quel punto si è solo trattato di assecondare un modo di vedere il futuro, di organizzare una partenza e un nuovo lavoro. Quindi non penso che queste scelte avvengano per pura casualità; la destinazione può nascere da un incontro fortuito, ma la consapevolezza di voler cambiare è un processo intimo, profondo. È un’esigenza che va ascoltata a prescindere dalla destinazione che, come ho già detto, può anche coincidere con la casa in cui siamo nati o restare per sempre lo stesso luogo, o la nazione, in cui siamo cresciuti».

Lei viaggia e ha viaggiato spesso per lavoro. Ma cos’è in realtà il viaggio? Un ottimo ricordo da infilare nel cassetto per tirarlo fuori con gli amici a cena insieme ad una guida turistica, o c’è di più?

«Un viaggio è un modo di guardare la realtà, un punto di osservazione attento e curioso. È capacità di stupirsi. Credo si tratti di attitudini del nostro sguardo, capacità di cui tutti siamo dotati ma che, talvolta, non riusciamo a liberare lasciandoci condurre da esse. Puoi viaggiare anche lungo le strade della tua città natale, nel giardino di casa, o seduto sul divano. Viaggiamo ogni giorno, se proviamo ad ascoltarci. Io non credo assolutamente al viaggio come fuga dalla realtà, o terapia, o come esperienza pedagogica. Un viaggio è la capacità di guardare oltre l’ovvio, di osservare un volto o di ascoltare i suoni delle parole. Se, per un interesse culturale o paesaggistico, compiamo un viaggio in un luogo lontano, abbiamo cambiato ambiente naturale e fisico, ma lo stupore e la curiosità che ci animano restano identici a quelli che ci caratterizzavano a casa, prima di imbarcarci su un aereo o di salire su un treno».

Quando parli di Sudafrica è inevitabile l’indelebile memoria di un personaggio a tutto tondo del calibro di Nelson Mandela. Impossibile parlarne in breve. Ci provi.

«Per il Sudafrica Nelson Mandela è il padre fondatore della democrazia. Una persona che, prima di essere un’icona ed un simbolo, vive come un leader che i sudafricani ricorderanno sempre come ‘Il Padre’. Per noi, giunti in Sudafrica recentemente, dopo la caduta dell’apartheid, resta ‘Il Presidente’. È l’uomo che è riuscito a traghettare una nazione, giunta quasi ai limiti della guerra civile, in una giovane democrazia».

Immagine tratta dal sito imkokwing.net

Quando parli di Sudafrica non si può nemmeno dimenticare un personaggio come Nadine Gordimer

«Certo, non ci sono dubbi. Mi permetto di citare anche Andè Brink e John Maxwell Coetzee. Si tratta di autori che hanno saputo descrivere il clima politico ed umano del Sudafrica durante il periodo dell’apartheid, tratteggiandone in modo sublime l’isolamento, lo stato d’animo e le frustrazioni percepite ed analizzate dal punto di vista dei bianchi».

Lei, oltre a scrivere molto, legge molto. Un libro su tutti.

“Questa è una domanda molto complicata. Moltissimi anni fa sono rimasto folgorato dall’Ulisse di Joyce e dalla sua idea di tempo e di viaggio».

È anche appassionatissimo di rugby. Che legame c’è fra questo sport, Cape Town e tutto il Sudafrica?

«Il rugby in Sudafrica non è solo uno sport, ma un modo di vivere e di pensare. Una laica religione sociale. Sport appannaggio della compagine bianca fino alla caduta dell’apartheid, oggi è diventato il motore di eventi collettivi molto condivisi che accomunano ampi strati della popolazione, vissuti come un impegno non solo agonistico ma come occasione per mostrare un orgoglio nazionale e l’appartenenza al Sudafrica. In occasione delle partite degli ‘Springboks’, il team nazionale, le strade, gli ambienti pubblici e gli uffici si riempiono di persone che indossano il ‘jersey’, la divisa ufficiale della quadra. È un atteggiamento che, per noi italiani, talvolta appare enfatico, inusuale e eccessivo. Ma per loro è un segnale di presenza ufficiale, un modo di mostrare sostegno. In questi anni recenti ho notato una partecipazione assolutamente trasversale agli eventi e credo che lo sport, in questa nazione, svolga un ruolo importante legato alla coesione sociale e all’educazione dei giovani».

Immagine tratta dal sito tuttosport.com

Quando parli di Città del Capo e del Sudafrica in Europa si associa spesso tutto a Mandela e all’apartheid. Ma che opportunità ci sarebbero per chi dovesse decidere di intraprendere proprio lì un’attività o un lavoro?

«Purtroppo, complice una scarsa attenzione dei media italiani, riguardo al Sudafrica post-apartheid esiste molta disinformazione. Il Sudafrica è ora una democrazia e ufficialmente l’apartheid ha cessato di esistere da oltre vent’anni. È una nazione che offre molte opportunità di lavoro, soprattutto legate ai settori tecnologici, nell’ambito delle energie rinnovabili, dell’industria farmaceutica e del turismo. È un paese giovane, e come tale molto aperto a tutto ciò che è innovazione. Innovazione intesa anche in senso culturale».

Qualche rimpianto per l’Italia?

«Per una persona come me che ha trascorso gran parte della propria vita in Italia ciò che manca, vivendo in una terra del Nuovo Mondo, è la presenza fisica della Storia percepita come opera d’arte, di architettura. Manca una traccia come segnale, modellata dall’uomo che resti visibile nei secoli. In Europa, e soprattutto in Italia, camminando per strada si ha la percezione di attraversare tutte le stratificazioni storiche e artistiche che, per oltre duemila anni, si sono presentate ai nostri occhi. Qui, in Africa Australe, la Storia va ricercata nella moderazione geologica ed eolica di una roccia, nel profilo di una montagna, nella pittura rupestre. Solo la Storia recente è visibile e nelle sue manifestazioni diviene quasi un oggetto di culto. Non importa se si tratti di una casa colonica del Settecento o che si tratti di un edificio cittadino in stile Art Dèco. Da questo punto di vista l’Italia mi manca molto, ma, come spesso accade, l’assenza di tutto ciò ha affinato una sensibilità diversa nei confronti di realtà ed aspetti che prima non conoscevamo o che consideravamo irrilevanti nella nostra vita».

 

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