L’ultimo ospite Intervista a Paola Barbato

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Foto Nicola Di Ciomma
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Un notaio, la sua segretaria, un cane, un’eredità da definire in una villa antica nella solitudine della campagna di un paese ai margini della popolarità

Foto Piemme

Si chiama Olimpia d’Arsa, una costruzione quasi in rovina dove si respirano ricordi e situazioni del passato, di un passato remoto che vive nel presente. La proprietaria della casa è morta novantenne senza eredi né testamento. I lontanissimi parenti si sono fatti avanti con ferocia e come bestie avide pronti a scannarsi fra loro per impossessarsi della tenuta. Flavio, il notaio, con la segretaria Letizia è chiamato per qualche giorno a rinchiudersi nella villa, a cui sono stati apposti i sigilli, per stilare un dettagliato inventario del contenuto. Sembra un incarico come tanti altri che però rivela ben presto dettagli che non combaciano: un cuscino spostato, una miriade di armadi nascosti nella boiserie, una serie di oggetti apparentemente dal significato irrisorio, il cane di Letizia spesso in allarme e riluttante nel varcare la soglia dell’antica abitazione, una strana luce azzurra che appare e scompare, ciocche di capelli conservate con maniacale minuziosità. Per Flavio sono scherzi della mente; Letizia, al contrario, è certa che qualcosa non quadra.

E allora riconobbe il blu.

Per la sorpresa si rimise in piedi di scatto, un piede le scivolò sul fondo, per tenersi afferrò il coperchio e finì lunga distesa mentre quello si chiudeva con un tonfo.

Foto Paola Barbato

 

Se il tutto parte da una villa a cui sono stati apposti per legge i sigilli, Paola Barbato con L’ultimo ospite appone il sigillo definitivo alla propria letteratura perché è sempre difficile sostenere una storia con soli due personaggi protagonisti in assoluto (non dimenticando Zora, la cagnolina di Letizia) a cui se ne aggiungono pochissimi di secondari, anche se sempre importanti. Un cambio di rotta radicale rispetto ai propri canoni abituali. Eppure la storia procede spedita fin dalle prime pagine e dalle prime battute, costellata da una serie di sorprese, congetture e supposizioni che inducono il lettore nel procedere spedito, sempre con maggior curiosità e apprensione, fino alla meta definitiva. La Barbato ha poi il merito assoluto di una scrittura fluida e accattivante e sa alternare con devota precisione momenti di autentica suspence a momenti, per così dire, di agitazione, riflessione e stasi da parte dei protagonisti. Se Flavio Aragona inizialmente è più metodico, deciso ed un personaggio rassicurante e protettivo (in fondo Letizia l’ha salvata lui dal baratro), non deve certo ingannare la fragilità iniziale e recondita di Letizia Migliavacca che, col passare dei giorni, grazie anche ad un passato burrascoso (Medina è il personaggio di riporto, la sua seconda voce, l’alter ego per eccellenza), sa sviluppare una mente da autentico detective vecchio stile. E poi la fine. Il puzzle dei misteri si ricompone attraverso pagine che aprono la mente al lettore in una dinamica tanto surreale quanto vera facendolo sussultare fino all’ultima riga. E questa volta forse neanche la scrittrice, che solitamente quando inizia un romanzo sa già come va a finire, si aspettava un simile epilogo.

… Allora lei si scosse, lasciò la porta e si avvicinò a lui. Il blocco automatico, non essendo la porta stata aperta del tutto, non funzionò.

Lo stantuffo fece il suo mestiere in silenzio.

Foto libreria Jolly Verona

 

Chi l’ha già letta e ha modo di incontrarla per la prima volta in libreria per una dedica, spesso si aspetta una persona diversa, magari buia e misteriosa. Ma lei, è esattamente l’opposto.

Paola, da dove salta fuori “L’ultimo Ospite”?

«Molti anni fa mi chiesero delle tracce per un progetto cinematografico o televisivo e questa fu una delle idee proposte. Purtroppo non andò in porto e pensai che sarebbe stato un peccato scartarla. Ho un caro cugino notaio che mi aveva accennato cosa comportasse un inventario di beni e avevo avuto l’impressione che trattare l’argomento potesse portare a sorprese interessanti».

Contrariamente alle sue abitudini i protagonisti di questo libro si riducono sostanzialmente a tre. Come mai questa scelta?

«Negli ultimi anni ho sempre aggiunto, ho sempre ‘spinto’. Ogni romanzo era più carico, più forte, più affollato. Questa volta ho sentito il bisogno di agire per sottrazione, concedendo alla storia di reggersi da sola senza il bisogno di tutte quelle figure e tutti quegli avvenimenti».

Foto Paola Barbato

Flavio, Letizia e Zora. In quale dei tre si ritrova meglio?

«Io sono Letizia, anzi Medina, e lo sono da tanto tempo. Chiaramente adoro Zora, ma questo è un altro discorso».

Senza rivelare i particolari per chi non ha letto ancora il libro, lei ha toccato alcuni temi che sono sempre e purtroppo di attualità. Scelta casuale, per dovere di trama già predefinita, o voleva anche lasciare un messaggio?

«Le cose emergono da sole, non c’è tutto questo margine di scelta. Nel mio libro precedente ho raccontato di maltrattamenti nelle RSA, un tema che mi perseguitava da almeno vent’anni per cose che avevo visto. Capita che emergano certi temi, a volte sono attuali, altre volte non lo sono».

Nella stesura del libro aveva già tutto chiaro sin dall’inizio o ci sono state delle difficoltà?

«So sempre da dove inizio e sempre dove finirò, poi il divertimento sta tutto nel viaggio, nelle cose che non ti aspetti, in quelle che credevi avresti scritto diversamente e poi ti sorprendono».

Lei è anche sceneggiatrice di fumetti. Dovesse scegliere, romanzi o, per l’appunto, fumetti?

«Non posso scegliere, non c’è coincidenza tra le due cose. È come scegliere tra mangiare frutta o verdura. Ho bisogno di entrambe le cose perché una alimenta l’altra. Il fumetto mi aiuta a mantenere la disciplina mentre la prosa mi aiuta a non irrigidirmi e diventare schematica».

Come scrittrice, cosa l’ha spinta definitivamente a scrivere thriller?

«Li leggevo, li amavo. Non sono certo una persona quieta e serena, vivo con la paura sempre accanto, perciò è stata una scelta istintiva. In realtà dentro ai miei thriller scrivo anche di tante altre cose, solo che passano sottotraccia».

Lo premette fortissimo tra i polpastrelli, sfregandoli, e poi se li appoggiò alle narici. Ammoniaca. Ma sotto, a malapena percepibile: ferro. Chiuse gli occhi. È sangue.

Pensa mai di cambiare genere?

«Non per scelta, se capiterà sarà perché salterà fuori una storia diversa. Il fatto è che io mi diverto a scrivere thriller, così come mi diverto a leggerli».

Tutti vogliono scrivere, pubblicare libri, e allora spuntano a dismisura scuole e corsi di scrittura. Servono a qualcosa?

«Sì e no. La predisposizione per la scrittura è innata. A volte serve imparare un metodo, capire la tecnica, scoprire i tanti piccoli trucchi che esistono, ma sono convinta che alla base di tutto ci debba già essere qualcosa».

“L’ultimo ospite” è appunto l’ultimo. Idee per il prossimo?

«Ho almeno tre tracce tra cui mi sto palleggiando, e non so scegliere. ‘L’ultimo Ospite’ ha comportato un tale cambiamento di tono e di ritmo che adesso è difficile capire quale sia la direzione da prendere. Probabilmente scriverò il primo capitolo di tutti e tre e poi vedremo».

La curiosità: Più che altro una qualità, un’arma in più non alla portata di tutti. Paola Barbato non è la classica scrittrice che scrive di notte anche se per un periodo lo ha fatto. Prima di riordinare il tutto, spesso, scrive a pezzi prendendo appunti, servendosi delle note dello  smartphone e ancor più del registratore vocale. Non è certo, poi, la prima volta che si trova nelle condizioni di dettare telefonicamente contenuti agli editor.

 

 

Paola Barbato Classe 1971, è milanese di nascita, bresciana d’adozione, prestata a Verona dove vive con il compagno, tre figlie e tre cani. Scrittrice e sceneggiatrice di fumetti, tra cui Dylan Dog, ha pubblicato BilicoMani nude (vincitore del Premio Scebarnenco), Il filo RossoNon ti faccio niente. Con Io so chi sei Zoo ha iniziato la trilogia che termina con Vengo a prenderti, un unico straordinario finale delle due storie parallele. Ha scritto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio.

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